Studio sulla psicologia del giovane arbitro
di Federico D’Ascoli
Lo studio sulle motivazioni del giovane arbitro è stato pubblicato nel numero 3 del 2003 dalla rivista “Grand’angolo di pediatria e neonatologia” diretta dal professor Italo Farnetani. Ecco l’articolo della professoressa Marchi scritto in collaborazione di due suoi laureandi.
Antonietta Marchi
(dipartimento di Scienze Pediatriche, centro di medicina dello sport, Università di Pavia)
Francesco Borghi - Andrea Bollini
(corso di laurea in Scienze Motorie, Università di Pavia)
1. Alimentare una scelta: le motivazioni e l’allenamento del giovane arbitro.
Il calcio è il gioco più bello del mondo ed è sicuramente uno degli sport più praticati ed amati.
E’ la miniera dei sogni della nostra società e colpisce fortemente l’immaginario di giovani e meno giovani.
Quali possono essere le motivazioni per cui un adolescente sceglie di partecipare al corso di formazione per giudice di gara?
L’adolescente può essere spinto verso una tale scelta dal sogno di arrivare ad arbitrare partite di alto livello, soprattutto quando si rende conto di non avere i numeri per diventare qualcuno in una squadra. Se non si può accedere all’olimpo dei calciatori, fatto di grandi guadagni, belle donne e spot pubblicitari, diventare giudice di gara può significare un’altra porta d’accesso al magnifico mondo del calcio attraverso una scelta differente. Una scelta impegnativa.
Il corso per arbitri di calcio dell’Associazione Italiana Arbitri-FIGC è accessibile a tutti i ragazzi che hanno compiuto il 15° anno di età e si svolge in modo gratuito in tutte le sezioni AIA italiane per almeno due sessioni a stagione sportiva, con una durata che varia dai due ai tre mesi, con due lezioni settimanali tenute sempre da Istruttori interni al mondo arbitrale. Si vedrà in seguito che, se il ragazzo non ha seguito un corretto percorso di formazione nell’ambito calcistico, a quindici anni ha già abbandonato, per cui il bacino da cui si pescano i futuri arbitri risulta in partenza già povero. Tornando all’organizzazione, i corsi sono articolati in modo che gli allievi imparino tutte le regole del calcio, che apprendano anche insegnamenti di giustizia sportiva, di dietologia e di preparazione atletica specifica per svolgere l’importante ruolo di direttore di gara per la Federazione Italiana Giuoco Calcio, poiché dovranno operare in un ambito sportivo importante e di primaria importanza per la propria crescita e per quella dei bimbi e ragazzi che li conosceranno in quanto arbitri. L’età massima per accedere al corso è di 35 anni.
A 16 anni l’allievo arbitra la prima partita in trasferta, tra i 16 e i 18 anni arbitra partite a livello Provinciale, dai 18 ai 24 a livello regionale fino poi a passare attraverso vari stadi a quello di Eccellenza e infine Nazionale.
In questo percorso disseminato di impegno e di pochi soldi (in pratica solo il rimborso spese e alcune facilitazioni come il corredo e le tessere per accedere agli stadi) la motivazione del ragazzo deve essere portata da quel sogno iniziale di diventare parte del “glamour” ormai tristemente legato al calcio, a una ben più solida: arbitrare in sé è un bel punto d’arrivo.
Sulla base di studi effettuati, la prestazione dell’arbitro può essere considerata un modello sportivo a carattere misto di tipo aerobico-anaerobico alternato dove nessuna delle qualità fisiche si eleva sulle altre. L’allenamento che deve tendere allo sviluppo ed al mantenimento globale della condizione fisica si rivela la forma migliore di allenamento per un adolescente.
2. Arbitrare: un percorso formativo in crisi.
In questi ultimi anni le aspirazioni e le partecipazioni ai corsi sono diminuite in modo verticale, perché, seppur si facciano grossi sforzi pubblicitari e di coinvolgimento anche delle scuole, i ragazzi non sembrano apprezzare la proposta formativa del corso per giudice di gara.
Il calcio si trova sicuramente in un momento di crisi legato a difficoltà economiche, organizzative e morali. Appare ormai ovvio che si deve riorganizzare a livello di lega e di federazione.
I soldi che circolano sono legati alle trasmissioni sui canali satellitari delle partite di cartello. Le società escluse si barcamenano. Anche la capacità che lo sport calcio ha di proporre un modello educativo si è ridotta a pura creazione di “eroi” della domenica, che tappezzano le stanze delle adolescenti ma che non hanno nessuna valenza sul piano della motivazione. In questo contesto il ruolo dell’arbitro ne esce adulterato ed è ormai ridotto a quello di un personaggio da “smontare” con le varie moviole nei vari programmi televisivi. La figura che, secondo una grande tradizione, significava capacità di giudizio, competenza, acutezza di sguardo, responsabilità, adesso è vissuta come quella di un rompiscatole qualsiasi di cui ci si può far beffe, perché ormai davanti alla TV “diventiamo tutti arbitri”.
Un adolescente che intraprende un simile cammino formativo deve fare i conti con questo contesto, con questa figura ridotta a una “figurina”.
L’immagine dell’arbitro a livello popolare si rifà a due modelli, uno positivo, quello di Collina, l’uomo che “ce l’ha fatta”, affidabile, sicuro, incorruttibile, di successo, il degno successore della tradizione dei Lo Bello e dei Lanese. L’altro, negativo, quello di Moreno, che ha così pesantemente condizionato l’andamento dei Mondiali 2002 e d cui gli Italiani conservano un ricordo assolutamente pessimo.
Purtroppo oggi sembra prevalere un modello culturale del “tutto e subito”, fatto di facili guadagni e pochi sacrifici: l’esatto contrario di una carriera in un ambito non professionistico, in cui i guadagni si limitano a dei rimborsi spese che diventano succosi solo in serie A.
Inoltre, quale richiamo può avere una figura “di legge” per un adolescente, già di per sé ribelle all’autorità, quando il modello sociale imperante considera la legge alla stregua di una “scocciatura”?
I genitori dei calciatori più giovani che sgambettano nei tornei minori insultano gli arbitri dal bordo del campo, i tifosi dei tornei regionali inseguono gli arbitri negli spogliatoi per picchiarli, i grandi campioni delle partite miliardarie dopo aver fatto il “playback” dell’inno nazionale, non perdono occasione di andare a protestare con gesti inconsulti ogni volta che secondo loro l’arbitro ha commesso un errore. Scene che un tempo appartenevano solo a certi campioni del tennis con l’anima dell’uomo di spettacolo, non certo agli atleti del calcio, eroi di uno sport popolare e quindi formativo per le coscienze.
La figura dell’arbitro in questo mesto panorama è svilita del suo carattere nobilmente autoritario. Un adolescente, che cerca un percorso “formativo” che lo guidi attraverso le scelte della vita per mezzo dell’attività fisica, fatica a considerare “formativo” un percorso irto di difficoltà, che lo può far diventare oggetto di burle e violenza.
La lettura dei dati di questa crisi, tuttavia, mostra una discrepanza tra il Nord e il Sud, dove la crisi è meno evidente. Forse è la mentalità del sud, “patria di avvocati” oppure è la fame di lavoro che caratterizza questa zona. Il fatto è che se al nord la flessione di iscrizioni è verticale, al Sud questa curva discendente non si nota. Un’analisi superficiale della società dell’Italia meridionale meno cinica di quella settentrionale potrebbe portare a concludere che il meridione più tradizionalista sente maggiormente la figura dell’arbitro come corrispondente a un’aspirazione. Forse è solo per la mancanza di lavoro e il costo inferiore della vita. In questo caso anche un rimborso spese è il benvenuto. La crisi, in verità, non è geografica, ma anagrafica. Gli adolescenti che scelgono questo percorso formativo sono sempre di meno.
3. Adolescenza e abbandono sportivo: alcune riflessioni.
Molti non sono più disponibili ai sacrifici che l’attività sportiva richiede. Le motivazioni che li hanno spinti da bambini a praticare uno sport sono rimesse in discussione, siano esse esterne (i genitori), siano essere invece interne (voglia di vincere, gioco coi pari).
Un dato del 1999, riportato dal magazine degli allenatori di calcio, evidenzia che sono oltre mezzo milione i ragazzi tra gli 8 e i 15 anni che praticano il calcio, distribuiti in 30.000 squadre suddivise in 4 categorie.
Secondo la fonte citata, tra questi ragazzi solo 3000 approdano al calcio professionistico e di questi solo meno di mille si inseriscono in squadre di A o B.
Tra le cause la ricerca evidenzia la difficoltà di frequentare la struttura, la delusione di avere trovato un ambiente freddo o esageratamente competitivo, comunque incapace di fornire valori, comunanza, collaborazione. Altri elementi sono il rifiuto dell’allenatore, dell’atmosfera totalizzante per cui i dirigenti impongono uno “stile di vita” e naturalmente i bisogni e le preferenze sempre cangianti di un individuo che entra in un’età di scelte nuove ne risultano a volte frustrati.
Da questa lettura emergono i bisogni tipici dell’individuo adolescente: la ricerca di nuove amicizie che l’esperienza di gruppo può portare; il desiderio di misurarsi con prove nuove in nuove esperienze per provare il brivido del rischio, del cimento; il desiderio di trovare nuove figure adulte di riferimento da cui farsi plasmare, non docilmente, ma attraverso un lavoro di reciproco scontro e incontro.
L’adolescente ama assumere atteggiamenti rischiosi, in lui permane il ricordo di ancestrali riti di iniziazione per entrare nella società adulta.
L’adolescente sceglie, evolve, si contraddice.
Per un tale individuo, l’esperienza deve essere eccitante, sorprendente, davvero formativa.
Attraverso l’allenamento delle capacità condizionali, coordinative e tattiche, si deve aiutare lo sviluppo - anzi la “fioritura”- di un individuo che prova il piacere di sentirsi efficace, di “riuscire” in un’attività stimolante.
In questo senso la sfida degli allenatori degli arbitri non si discosta da quella di tutti gli altri allenatori. La motivazione che spinge il giovane arbitro coincide con lo scopo che coincide a sua volta con il percorso stesso. Se si cerca la motivazione al termine di un cammino, non sempre la si trova. La motivazione è nel cammino stesso: essa consiste nel sentirsi capaci di compiere il cammino.
4. L’adolescente e il calcio: regole e passione.
Un legame fortissimo sembra legare il mondo dell’adolescente, con le sue aspettative e i suoi sogni, al calcio. Il calcio fabbrica eroi, che sono sempre stati un esempio di virilità da seguire per i ragazzi e un sogno da raggiungere per le ragazze. Il calcio quando è ai suoi massimi livelli riesce ad entusiasmare attraverso il movimento di un corpo solo, la squadra, composto dalle membra che sono i giocatori. E’ un gioco altamente tecnico, fino al virtuosismo. Chiunque sia stato adolescente negli anni settanta ricorda le rovesciate perfetti di Pelè, chi lo è stato negli anni ottanta l’eleganza felina di Platini e i gol magistrali di Maradona. Negli anni Novanta pochi non si sono entusiasmati per Vialli, molti sono rimasti ipnotizzati ammirando le eleganti coreografie di Van Basten. Gli eroi dei giorni presenti sono così amati, criticati, imitati nei gesti e anche nel modo di vestire, tanto da diventare personaggi pubblici in ambiti ben diversi da quello puramente sportivo, come la pubblicità, la televisione, la moda.
Se domani, per un benevolo intervento divino, dovessero scomparire tutte queste sovrastrutture merceologiche, cosa resterebbe a un Adolescente da ammirare, da amare nel calcio?
Resterebbe tutto un patrimonio di cultura sportiva, fatto di lavoro, sudore, impegno, sfida personale, assunzione delle proprie responsabilità, fatica, piacere, gusto della vittoria, amore per quel campo verde e per tutto quello che ruota attorno a una semplice sfera di cuoio.
E l’arbitro fa davvero parte di tutto questo. L’arbitro, cornuto, venduto, quindi tradito e traditore. Quando si vuole criticare un arbitro si fa subito riferimento al concetto di fedeltà tradita: la fedeltà che tutti da ragazzi hanno preteso dagli amici, dai primi amori, in un mondo idealizzato dove si gioca in una squadra, si cresce insieme, si fatica l’uno per l’altro e in cui, quando si vince, si vince insieme. Nel gioco del calcio si realizza il sogno adolescenziale che noi tutti coltiviamo nel cuore, quello di una vita in cui chi vale arriva a raggiungere i proprio obiettivi e non ci arriva da solo, ma in nome di una squadra.
Quello che in questo gioco meraviglioso può far avvicinare l’adolescente, ragazzo o ragazza che sia, a una carriera come quella dell’arbitro è proprio l’assunzione di una responsabilità rischiosa da mantenere: la gestione, la garanzia della fedeltà alle regole. L’arbitro, nei suoi massimi livelli di espressione, garantisce che il gioco sia “bello”. Bello da giocare, bello da vedere, bello da raccontare. L’arbitro è colui che “controlla” il gioco. Deve essere sopra le parti, deve garantire, da giudice che a essere salvaguardato sia il gioco stesso, con la sua storia presente, passata e futura. Dicendo questo, si può correre il rischio di fa apparire l’arbitro come una specie di sacerdote che custodisce il gioco stesso. L’arbitro controlla principalmente che le squadre in campo giochino secondo le regole, dal controllo dei tacchetti, al fischio di inizio al ritorno negli spogliatoi. L’adolescente che vuole diventare arbitro sa che con il proprio fischio fa succedere qualcosa, autorizza la realizzazione di un evento che si ripete sempre uguale nelle regole e sempre diverso nel suo accadere e nel suo risultato. Quando il calcio è questo, e non si riduce a polemica, a non cultura, a inciviltà, allora è un grande avvenimento che arricchisce tutti. L’adolescente che lo sa, non vede l’ora di diventare parte autorevole di un meccanismo così illustre. Questo può rispondere alla domanda di chi po0trebbe obiettare che solo giocando si è protagonisti.
5. Un atleta in nero: possibili alternative.
Il percorso preparatorio di un giovane arbitro, come si è visto, è duro quanto quello di un giocatore. Questo fa dell’arbitro un vero atleta, con il proprio ruolo all’interno del gioco. La figura dell’atleta diventa rappresentativa e formativa quanto più si avvicina con rispetto alle regole. Il mondo dello sport dovrebbe essere quello in cui la regola è massimamente importante, non a caso la prima cosa che nasce di uno sport sono le regole.
L’adolescente per amare questo percorso deve avere in sé il concetto di rispetto delle regole del gioco, in un campo verde come nella vita reale. Se questo non è più “di moda”, allora è un fallimento non solo per tutti coloro che operano nello sport a livello formativo, ma anche per tutta la moderna società. Un adolescente senza regole non cresce, non si sviluppa e diventa un cretino in giacca e cravatta o in calzoncini neri . Allora sì che si potrà dire che ha tradito il gioco, la vita, e che è stato tradito, da se stesso, in nome di una vita che non conosce il rispetto delle regole e quindi il piacere di vivere ponendosi obiettivi personali stimolanti in cui il comportamento dell’adolescente è motivato e diretto da obiettivi definiti coscientemente e non trainato da un futuro irrealizzato.
Fonte: www.aia-figc.it
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